Il ranocchietto (II^ed ultima parte)

Senza un progetto non si vive. Non si vive di sola famiglia, casa e giardino. Se riduci la vita a questo lei si ribellerà e comincerà a metterti alla prova con ogni mezzo sfidandoti con esperienze che, ad una certa età, non comportano certo niente di bello. Tanto vale allora giocare d’anticipo, non darle il tempo di escogitare chissà cosa per farti continuare a stare in campo. Adesso ho ben chiaro ciò che devo fare, non mi rimane che essere ricevuta dal direttore sanitario per sapere se approverà il mio progetto e soprattutto se l’ospedale vorrà farne parte. Nel frattempo, al mio ultimo giorno di lavoro manca veramente poco e sono certa che se non avessi questa cosa a cui pensare, sarei sull’orlo della disperazione. Gli ultimi ragazzi, quelli arrivati da poco, li ho volutamente ignorati, so come sono fatta, se mi fossi affezionata anche ad uno solo di loro, tra poco non sarei capace di rimanerne fuori. Continuerei a chiamare in reparto per essere informata sulle loro funzioni vitali, temperatura, appetito, ecc…

A Tòmas, tranne i primi giorni, l’appetito non è mai mancato. All’inizio non riusciva a stare seduto, solo sdraiato, quindi lo imboccavo, ma non ho mai dovuto insistere, gli piaceva tutto anche se avevo capito che preferiva i cibi dolci a quelli salati. Quando a casa trovavo il tempo di fare una torta, una fetta grande la tenevo in serbo per lui

«è per Tòmas mamma?» chiedeva mia figlia

«si amore è per lui» e lei sorrideva felice

Non appena ha cominciato a parlare, la sua condizione è stata chiara a tutti. Quelli che all’inizio erano solo sospetti che ognuno di noi tre si teneva dentro, adesso aveva un nome che figurava nella prima pagina della sua cartella clinica. Ai nostri occhi questa cosa rappresentava un valore aggiunto, ce lo faceva amare ancora di più, a me come ad un figlio, al dott. Mark come ad un fratello e ad Emily come il più dolce e appassionato degli spasimanti. Spasimanti sì, perché Tòmas, a dieci giorni dal suo arrivo, era clamorosamente innamorato e lo era con una naturalezza, una purezza ed un’ingenuità spiazzanti. Era visibilmente felice, sapeva di non poterla avere, probabilmente era consapevole della sua condizione, eppure, era pieno di gioia

«è la prima volta che t’innamori ranocchietto?»

«sì Lucy»

«e com’è?»

«oh … bellissimo … però è strano»

«ti riferisci a quello che senti nello stomaco e nella pancia, tipo farfalle … cose del genere?»

«sì, proprio così»

«è normale tesoro, è tutto normale»

Emily cercava di fare finta di niente, di non incoraggiarlo anche se con lui non aveva cambiato né atteggiamento, né comportamento, continuava a coccolarlo e a dedicargli tutte le sue attenzioni. Quando lavorava sul suo corpo, e quindi di riflesso sulla sua mente, in effetti c’erano attimi d’imbarazzo ma entrambi li superavano ridendone. Le fece una corte pulita, pura, una corte da creatura semplice quale lui era. Capii che la cosa si stava facendo seria solo dopo averlo visto perdere l’appetito, farsi distratto e pensieroso

«tutto bene ranocchietto?»

«insomma»

«cosa c’è che non va?»

«non mi vuole Lucy, lo sento, è perché sono così?  O forse perché sono troppo piccolo?

Con quelle domande mi prese alla sprovvista e mi spezzò il cuore. Non avevo idea di come rispondergli, gli dissi che sì, forse quei cinque anni che li separavano alla loro età si sentivano, che Emily, avendone venticinque, probabilmente rivolgeva la sua attenzione verso ragazzi più grandi di lei. Peggiorai la situazione in modo quasi irreparabile. Tòmas passò il pomeriggio a piangere in silenzio e verso sera, mi chiese di lasciargli per un po’ il mio cellulare, ero quasi certa stesse sommergendo di messaggi la povera Emily che quindi se la sarebbe presa con me. Quando a notte fonda la vidi arrivare in reparto in lacrime, capii che il mio adorato ranocchietto l’aveva fatta grossa

«devo rimanere un po’ sola con lui Lucy»

«avete fino a domani mattina»

«grazie»

«però Emily … no, niente … scusa»

«ho capito cosa vuoi dire, ma è proprio per quello, è proprio perché è così»

«sei una persona meravigliosa»

La mattina dopo, prima di smontare dal turno, andai a salutarlo e gli chiesi quale magia avesse compiuto con il mio cellulare

«niente … le ho mandato i testi di canzoni che per me parlano di lei … perché io non so dirle bene quelle cose»

«bella mossa ranocchietto, mi sa che hai indovinato i brani»

«Dunque Lucy, se ho capito bene, lei intende rintracciare tutti i ragazzi che ha curato in questi anni e scrivere un libro che raccolga le loro esperienze una volta che sono usciti da questo ospedale»

«non tutti Direttore, sarebbero troppi, direi quelli che mi porto dentro e soprattutto quelli che riuscirò a rintracciare»

«oh, ma con le tecnologie moderne non dovrebbe incontrare problemi, in ogni caso appoggio in pieno la sua idea e sono disposto anche a finanziare questa bella iniziativa che non può fare che buona pubblicità al nostro ospedale»

L’amore fra Tòmas ed Emily era la dimostrazione che la vita, a volte, è in grado di prendersi gioco addirittura della natura. Quello che Emily provava per lui, non era compassione come si diceva in giro, era amore vero, passione e desiderio. Si può dire che se lo mangiava con gli occhi e se anche gli altri, come me, avessero avuto modo di vedere come si baciavano e si guardavano, avrebbero percepito tutta la sensualità che inondava i loro corpi e che non aveva proprio nulla a che fare con la pietà.

 Il giorno in cui la madre di Tòmas si presentò in reparto, io non ero presente. La polizia, pur avendo pochi indizi e nonostante lei non avesse denunciato la scomparsa del figlio, era riuscita a rintracciarla. Tòmas la accolse a modo suo, buttandole le braccia al collo, da essere che non comprendeva il male, e lei, si disperò piangendo come nella peggiore delle soap opera. La sera, quando entrai di turno, il dott. Mark mi chiamò nel suo studio e mi disse che la causa di tutto, era proprio la madre, una tossicodipendente incallita che lo aveva avuto a nemmeno sedici anni

«Tòmas ha avuto la sua prima crisi da eroina poche ore dopo la sua nascita» le disse il dott Mark

«quindi la causa del suo lieve ritardo mentale dipende dalla droga di cui sua madre ha continuato a fare uso durante la gravidanza?»

«esattamente»

«forse, se fosse del tutto normale, sarebbe un delinquente, un violento, uno scarto dell’umanità, e non la creatura meravigliosa che conosciamo»

«probabilmente sì, Lucy»

A distanza di due mesi dalla notte del suo arrivo, Tòmas venne inserito in un programma di recupero per ragazzi abusati e trasferito in una struttura fuori Londra immersa nella campagna inglese. Il distacco da me e dal dott. Mark fu tremendo ma addolcito dal fatto che Emily si licenziò e andò a lavorare nella stessa struttura visto che non aveva alcuna intenzione di separarsi da lui. Ho continuato a sentirli per telefono per almeno un anno ma poi, cambiando il cellulare, ho perso il numero di Emily proprio nel periodo in cui insieme, hanno lasciato la struttura per andare chissà dove. Il dott. Mark, per seguire la moglie, se ne è andato anche lui dopo poco ed ora, dopo quindici anni, sarà sicuramente un primario di tutto rispetto.

Oggi è stato il grande giorno, l’ultimo di lavoro, quello della festa per la mia pensione. Sbagliando, l’ho temuto fin da quando la mia collega me ne ha parlato, perché in realtà, è stato uno dei giorni più belli della mia vita. Lo è stato dall’istante in cui, uscendo dall’ascensore per entrare nell’Aula Magna dell’ospedale, ho visto correre felice per il corridoio un bambino dagli occhi color nocciola e dietro di lui un giovane uomo dal viso ancora buono e angelico che teneva stretta per mano la mia dottoressa preferita, quella che all’inizio non ritenevo degna del mio reparto. Se devo essere sincera, del modo in cui ci siamo salutati, benché siano trascorse solo poche ore, ho un vago e confuso ricordo. Le emozioni sono state così tante e prorompenti che ad un certo punto ho faticato a respirare. L’unica cosa di cui sono certa è che di lui, del mio ranocchietto, ho riconosciuto all’istante il profumo della pelle, quel profumo che la mia mente deve aver registrato nelle notti trascorse accanto al suo letto e durante le quali, mentre era caldo di sonno, me lo annusavo esattamente come facevo a casa con i miei figli. Quando sono entrata con loro nell’Aula Magna, ho avuto appena il tempo di vedere che di fianco alla cattedra, pronto a consegnarmi tutte le onorificenze del caso, oltre al Direttore sanitario, c’era un altro uomo, grande, e dall’aspetto ancora più rassicurante di quindici anni prima, che è sceso dal palco ed è corso ad abbracciare con tutta la forza che aveva quello aveva trattato più come un fratello minore che come un paziente. Fra le sue braccia enormi, lui, sembrava ancora il ragazzino esile di quegli anni, quello spaventato ma che per fortuna non ricordava nulla di tutto il male che gli avevano fatto delle bestie feroci. Emily mi ha detto che vivono sul mare nel Dorset.  Ai miei due ragazzi non ho avuto bisogno di fare altre domande, gli ho letto l’amore e la felicità in ogni centimetro del viso, in ogni gesto, sguardo. Tòmas è rimasto la creatura semplice e pura che era. Visibilmente fiero del suo bambino perfettamente sano e di avere accanto una donna come Emily, un’anima in grado d’innamorarsi proprio di quel piccolo difetto di fabbricazione che rendeva quell’essere immune alla cattiveria, che non gli permetteva di vedere il male ma solo il bello e il buono delle cose. Mentre lo guardavo e mi perdevo nella felicità di quegli occhi col nocciola caldi come una cioccolata che scende fumante da un tegamino, mi sono resa conto che il mio ranocchietto è diventato un principe … o forse … lo è sempre stato.

Rita Sangiorgi


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